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DISCORSO FILO-LENINISTA?

Quando gli Stilisti, coloro che “dettano” la moda italiana nel mondo, affidavano i loro lavori al “miglior offerente” (solitamente al massimo ribasso), agli schiavi dei “sottani” campani che erano sotto il controllo della Camorra (o Sistema, come viene chiamato da quelle parti), ricavandone degli utili esorbitanti, dal momento che, così facendo, i costi “vivi” delle operazioni di lavorazione venivano notevolmente abbattuti, in tanti si indignavano (per poco, perché siamo in Italia, dove ci si indigna per un tot di tempo e, poi, si riprende la vita solita). Oggi che, a quanto pare, quegli stessi stilisti che facevano fare affari alla Camorra, si rivolgono a manovalanza a basso costo in stati esteri (oriente d’Europa o del Mondo), la gente pare indignarsi anche meno. Eppure non risulta che un capo di uno stilista piuttosto che di un altro, al momento di andare alla cassa e pagare, risulti meno costoso di quando detti stilisti avevano le loro sartorie e le loro maestranze a produrre il Made in Italy. Se ne deduce, ovviamente, che il problema nazionale (e mondiale, a questo punto) non è quanto costa un lavoratore (che, sia chiaro, alla fine, tramite la propria professionalità e abilità, produce un bene di consumo e, pertanto, possiamo affermare che “produca un valore”), ma soltanto un problema di “dividendi e profitti”! Perché, se io pagavo il capo d’abbigliamento firmato da “Tal dei Tali” quanto lo pago oggi, ne deduco che, avendo abbattuto i “costi” (parolaccia scandalosa) ascrivibili al lavoro, i margini di guadagno (utili) crescano, in qualche modo. E la cosa strana è che, se ci riflettiamo bene, in tutto questo meccanismo, a perderci è soltanto il lavoratore che, novello schiavo, o si adegua alle pretese di erogazione salariale di chi fa impresa, oppure se ne torna mogio mogio a casa senza altra possibilità che non sia aumentare il numero dei non occupati. Ovviamente, il discorso che nel nostro paese chiunque voglia fare impresa si trova ad aver a che fare con un sistema burocratico spaventosamente inefficiente, con un sistema fiscale che più iniquo non si può, è una motivazione comprensibile… ma non condivisibile.

Ma l’esempio dello stilista si può estendere a tantissime altre realtà produttrici di beni di consumo, dall’industria manifatturiera all’industria conserviera, ai fabbricanti di auto, di elementi meccanici ed elettromeccanici e chi più ne ha più ne metta. Insomma, c’è una corsa a combattere una guerra ai “costi” del lavoro (e dei lavoratori) che, come risultato finale, altro non ottiene che un “profitto-lucro” per chi fa impresa, e solo ed esclusivamente svantaggi per chi, invece, ci mette forza ed impegno per produrre un qualunque bene.

Ora, fermiamoci a pensare ad un fatto importante: chi è che, nella storia del mondo, ha sempre messo il lavoro e i lavoratori sul piano di un “Costo” e non di una “Risorsa”? Semplice: coloro che si vedevano costretti a pagare i lavoratori in maniera equa e, soprattutto, dignitosa… e, così facendo, vedevano assottigliarsi le possibilità di utili, di guadagni e via di questo passo. Siamo alla solita storia di Padroni contro lavoratori? Non è solo questo. E’ che, se vogliamo mettere il “dito nella piaga”, abbiamo una scuola di pensiero economico-finanziaria che, lungi dal preoccuparsi di tutte le parti in gioco nel sistema produttivo, tende a proteggere solo chi fa impresa e a non tenere in alcun conto le esigenze di chi, invece, vive del proprio lavoro. E l’anomalia di questi ultimi 30 anni, sta nel fatto che la Politica ha sempre assecondato questa visione del mondo. Discorso filo-leninista? Forse! Ma da questa riflessione mi piacerebbe partire per provare a progettare un nuovo tipo di mondo: un mondo nel quale è importante che il bene sia di tutti… e non solo dei pochi che, anno dopo anno, diventano sempre più ricchi e potenti.

Pubblicato il 13/6/2013 alle 13.16 nella rubrica divagazioni economico-finanziarie.

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