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"Da quando le persone corrotte si uniscono fra loro per costituire una forza, poi le persone oneste devono fare lo stesso". (Lev Nicolaevic Tolstoj)

 
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19 marzo 2013

sentimenti RACCONTI DI AMICI.

Saverio viveva in un paesino sperduto dell'appennino meridionale (chi mi ha raccontato questa storia, non ha voluto dirmi quale). Ed era un ragazzone affetto dalla sindrome di Down. La sua vita si svolgeva tra casa e campi... nel senso che suo padre, un uomo che dimostrava il doppio della sua età... forse per il duro lavoro di contadino e, soprattutto, per la sofferenza di quel figlio che era diverso da tutti i ragazzi normali... suo padre, dicevo, aveva un piccolo fondo, fuori dal paesino, e tutti i giorni, tranne le domeniche... che sono i giorni da dedicare al "Signore", vi si recava, al mattino presto, in compagnia di quel suo figliolo "sfortunato", per occuparsi di un orticello, qualche gallina, un po' di conigli, delle pecore ed una piccola vigna. E Saverio, il ragazzone down, con quei tratti orientaleggianti, con una "coppola" ben schiacciata sul capo, una camicia di flanella pesante, una giacca di panno spesso, dei pantaloni di fustagno e un paio di stivali... felice, col sorriso sulle labbra, si recava con suo padre nel fondo. Sempre in compagnia della sua Asina (Peppinella, la chiamava), alla quale non faceva mai mancare una carezza!!! Rincasavano quando cominciava a fare buio, e suo padre non perdeva d'occhio quel suo figlio!!! E lo guardava con occhi che solo un padre può avere: occhi d'amore. Aveva un'aria burbera, il padre.... ma solo l'aria. Perché quando si fermava in piazza, ad intrattenersi con i suoi compaesani, si notava un modo gentile di porsi agli altri... forse perché la sofferenza per quel figlio bisognoso di essere seguito attimo per attimo, aveva smussato gli aspetti più duri del suo carattere. O, forse... perché per stare dietro un ragazzo non normale, ti costringe a tirare fuori la parte migliore di te... Saverio aveva sempre un sorriso stampato sul viso!!! Nonostante i ragazzi avessero una sorta di timore di lui!!! Timore che derivava dal fatto che, in tanti, per intimorire i propri figli troppo vivaci, avevano l'abitudine di dire: "Stai attento!!! Comportati bene, altrimenti chiamo Saverio e ti faccio mangiare!!!!". Ma Saverio non sapeva di avere questa "fama". Lui sorrideva a tutti e non riusciva a spiegarsi perché, quando tentava di avvicinarsi ad un bimbo o ad un ragazzo, costui si allontanasse con un'espressione timorosa sul volto. Poi, un giorno, Saverio partì. E nessuno ebbe più notizia di lui... ma nei ragazzi del paese, era rimasto dentro quel timore che, da un momento all'altro, potesse tornare per mangiarsi i più maleducati. Mentre per quel padre, c'era la gara a cercare di rendersi utili, dargli una mano d'aiuto (anche non richiesta), quasi a voler dare un sollievo ad un uomo che soffriva tanto per un figlio diverso dagli altri... e per una moglie che era morta troppo presto, lasciandoli soli.

Mi è venuta in mente questa storia, raccontatami da un amico... non so se mi abbia detto il vero nome del Ragazzo Down. E non ha voluto dirmi quale fosse il paese in cui abitava Saverio. Ma questa storia mi ha sempre fatto pensare al fatto che, per quanto le comunità siano caratterizzate da un sistema di solidarietà e di mutuo soccorso (perché si ha un senso di appartenenza tale da pensare che i problemi del singolo siano i problemi di tutti)... esiste una specie di rovescio della medaglia: per esorcizzare il più possibile una qualsivoglia disgrazia, c'è la necessità di "scagliarsi" in maniera cruda (anzi, crudele), verso colui che è diverso.

Mi fermo qui... e non so neppure perché io abbia voluto mettere nero su bianco queste mie considerazioni.




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8 gennaio 2013

sentimenti COMUNITA': COSA ABBIAMO PERDUTO III.

Gerardo era un omone alto, ben piazzato, con due spalle larghe, due braccia forti e, soprattutto, sempre impeccabile nel vestire. Non ricordo di averlo mai visto con qualcosa di "fuori posto" nell'abbigliamento. Indossava un abito e un cappotto o un paio di pantaloni con camicia e pullover in maniera veramente disinvolta.
Gerardo aveva, però, dei problemi di natura psichica piuttosto seri... era stato per diversi anni rinchiuso in un istituto per malattie mentali... anzi, all'epoca si trattava dei famigerati Manicomi (Basaglia si era appena affacciato sulla scena scientifica e clinica del paese Italia). Non ho informazioni attendibili su quali fossero state le cause scatenanti i suoi problemi di natura psichica; notizie frammentarie mi sono state fornite nel corso degli anni, e grazie a quelle sparute informazioni mi sono potuto creare dentro un'idea di chi fosse quell'uomo che era sempre in giro per il paese, impeccabile nel vestire, con le braccia incrociate dietro la schiena, lo sguardo dritto avanti a sé ma perso dietro chissà quali pensieri. Si vedeva che era un animo tormentato. Ed io, giovanissimo, lo guardavo con occhi curiosi ma, al tempo stesso, timorosi per quella figura di gigante (almeno così mi appariva da ragazzino) dallo sguardo perso chissà dove!!! Capitava di vederlo anche impegnato in chiacchiere con qualcuno del paese... nei paesini, si sa, quando uno è strano, o matto (come nel caso suo), c'è sempre , comunque, qualcuno che riesce a trovare il tempo e il modo di intrattenersi con queste persone. Quello che mi colpiva, era il suo tono di voce, sempre fermo, mai titubante o incerto. Si intuiva che era stato qualcuno che aveva occupato una posizione di un certo rilievo (non oso dire "di potere"). Sembrava qualcuno che avesse passato parte della sua vita in una carriera che poteva essere quella militare... ma queste erano solo delle ipotesi che mi formavo dentro guardando attentamente i suoi modi nel muoversi e nel porsi davanti agli altri.
Negli anni, ho "carpito" delle informazioni dalle persone che di lui potevano sapere sicuramente più di me. Mi fu riferito che fosse un agente di Custodia in un Penitenziario non ben localizzato. Mi fu riferito (ma lo scoprii anche ascoltando i suoi racconti e le sue chiacchierate con altri) che era un "nostalgico" del "Ventennio". Parlava di Mussolini come di un Dio, del Fascismo come di un periodo aureo per questo Paese. Forse è anche per questo che in tanti gli davano del "Matto".
Ma Gerardo, un po' matto, lo era... e quel suo passato in manicomio lo testimoniava in maniera chiara. Non ho mai saputo quanto tempo abbia passato in ospedali psichiatrici... ma ho capito, dalle informazioni carpite dai racconti (molto reticenti) di chi lo conosceva, che durante il suo periodo di Agente di Custodia in Carcere, si fosse reso molto antipatico ai detenuti e che, un giorno, quei detenuti che l'avevano preso in antipatia, lo accerchiarono e cominciarono a picchiarlo selvaggiamente... tanto da fargli passare diversi mesi in ospedale. E, probabilmente, quel pestaggio danneggiò anche la sua anima!!! Sempre dalle frammentarie informazioni, ho capito che abbia girato diversi ospedali psichiatrici, prima di essere liberato dalla famosa "Legge Basaglia".
Gerardo non fu mai, per il periodo che ha vissuto da uomo libero, un matto pericoloso. Non poteva esserlo, soprattutto guardando il suo modo signorile di passare per le strade del paese, con quel suo sguardo perso chissà in quale dimensione. Amava chiacchierare, con le persone, del "ventennio"; ne parlava con amore e con nostalgia.
Gli ultimi anni di vita, dei quali sono stato testimone un po' più consapevole (solo per il fatto di essere meno giovane e, quindi, più interessato e attento) sono stati anni nei quali lo sguardo perso si permeava, talvolta, di malinconia e tristezza. Un giorno gli sentii dire una cosa che, ancora oggi, mi fa riflettere: "Durante il fascismo, non c'era libertà, non potevi permetterti di dire ciò che volevi. Oggi viviamo in democrazia, puoi dire ciò che ti pare... Ma nessuno ti sta a sentire!!!!". E i suoi occhi si velavano di tristezza.
Quando mi hanno comunicato la sua morte, mi è tornata più volte in mente questa sua riflessione. E mi è tornata in mente, soprattutto, la commiserazione degli altri nei confronti di quell'uomo. E le risatine di scherno e, talvolta, il timore che incuteva in tanti.
Ecco... stasera mi va di ricordare un uomo che, nonostante il suo male "oscuro", nonostante il malessere che covava dentro, mi ha sempre dato l'impressione di avere, nella sua dimensione interiore, dell'altro che, purtroppo, non è mai riuscito ad esprimere.
Voglio pensare che quell'uomo, ossessionato dalla nostalgia per il fascismo, nonostante questo, fosse una persona che avrebbe potuto dare tanto... anche perché non si stancava mai di dire cose sensate. Perché, riflettendoci bene: non è sensata, la sua riflessione riportata? Anche questo è un aspetto della Comunità che, col tempo, abbiamo perduto.


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21 ottobre 2012

POLITICA SE VOGLIAMO SALVARE LA NOSTRA REGIONE...

Questa storia dell’abolizione della Provincia di Matera, con le conseguenze che ha provocato e sulle quali non ho intenzione di soffermarmi, ha degli aspetti, diciamo così, “minori” che meritano delle valutazioni. Fermo restando il fatto che, a quanto pare, la Provincia unica di Basilicata sembra avviata verso il destino che già era stato scritto dal Governo, a meno di sorprese venute fuori dai due consigli Comunali di Potenza e Matera, all’uopo convocati per domani, mi preme sottolineare come certe vecchie abitudini siano dure a morire. Per esempio: gruppi di potentini col coltello tra i denti  a battersi perché la Provincia rimanga a Potenza. Gruppi di materani che, forse rassegnati al risultato paventato, mettono su un comitato per l’annessione di Matera alla Puglia… antico campanilismo becero, di bassissima lega!!!! Alimentato ad arte, a mio avviso, dalla classe politica dell’una e dell’altra provincia in nome di quel “Divide et Impera” di Romana memoria che assicurava, grazie alle divisioni ad hoc provocate, lunga vita al dominatore. E mi viene da sorridere quando, magari, penso a comuni come Gravina di Puglia (o, ma magari sono male informato, Altamura) che anelerebbero a svincolarsi dalla Puglia per entrare in Basilicata… sorridere perché, ancora una volta, mi domando: quale vantaggio per Matera, il suo ingresso in Puglia? Cosa, a parte una facilità di collegamenti, avvantaggerebbe la Città dei Sassi rispetto allo status quo? Sono certo che si tratta di una minoranza, magari cospicua, ma minoranza di cittadini materani che pensano che il passaggio alla vicina Puglia possa essere un vantaggio per la città. E, sono altrettanto certo, una minoranza, cospicua pure questa, di potentini sarebbe anche contenta di un’operazione del genere. Ma sarebbe proprio ciò che la nostra classe dirigente potrebbe utilizzare a proprio vantaggio, una situazione siffatta!!! In un momento difficile, come quello del sito di stoccaggio delle scorie nucleari, Materanità e Potentinità non comparvero: per la prima volta assistemmo ad una presa di coscienza collettiva di quelle che non lasciano margini di dubbio: 100.000 persone marciarono “contro”, senza nessuna bandiera di appartenenza se non quella Lucana. Tanto da costringere a saltare sul carro anche quei politici che erano stati gli artefici di quella scelta scellerata. Ebbene: quella volta, materani e potentini furono solo ed esclusivamente LUCANI!!! Le divisioni non si videro!!! Oggi ritornano! Perché? Cosa c’è, per questa nostra regione, nell’agenda del Governo Monti (soprattutto del suo Ministro Corrado Passera)? A chi giova questa divisione? Domande che dovremmo porci come cittadini lucani, prima ancora che come cittadini di Potenza o di Matera. O cittadini della Provincia di Matera o di Potenza!!!!
Io non ci sto!!! Tutto ciò che verrà programmato altrove per la morte di questa regione che amo, mi vedrà Contro, con tutti i mezzi leciti della democrazia. Non ho intenzione di rinunciare a lottare per questa terra, per Matera e per Potenza, per il Vulture-melfese come per il Lagonegrese. Dal più piccolo paese alla più grande delle città, questa regione non merita di essere trattata in questo modo da questo e da nessun altro governo. Per questo, ritengo che la strada giusta sia quella di unire tutte le forze migliori delle due province e fare fronte unico contro lo smembramento di questa regione da parte dei governi nazionali, locali e per contrastare le brame e gli  appetiti di multinazionali e comitati d’affari. Perché questa regione può ancora essere salvata… ma da noi cittadini lucani che amiamo questa terra!!! Non da altri!!!!


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permalink | inviato da Nathan 2000 il 21/10/2012 alle 22:55 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


16 marzo 2010

sentimenti COMUNITA': COSA ABBIAMO PERDUTO (II) (E QUANTI RIMORSI)!

Rocco è sempre stato un bravuomo! Sempre gentile, disponibile... si faceva in quattro per rendersi utile a chiunque. Ricordo con piacere tutte le volte che, incrociandoci per le vie del paesello, ci capitava di intrattenerci in "chiacchiera", futile o di una certa importanza poco importa. Non mi faceva mancare mai la gentilezza di porgere i suoi saluti ai miei genitori e fratelli (che non vedeva spesso). Capitava, piuttosto di frequente, di vederselo piombare in casa all'improvviso, per un saluto, per chiedere se ci fosse bisogno di qualcosa... Sì: Rocco è sempre stato un bravuomo! Ma Rocco ha sempre avuto un handicap notevole, per i canoni di una piccola comunità; comunità troppo ligia a regole ferree che non potevano, in nessun modo, essere violate: Rocco aveva tendenze sessuali non normali (così si dice?). In altri termini, pur essendo vissuto in un ambiente cossiddetto "sano", Rocco aveva i modi e le pulsioni tutte femminili, ma imprigionate in un corpo fin troppo maschile. E ciò, ripensando a quelle che sono le regole ferree di cui sopra, non era cosa buona. In effetti, questo fatto non era vissuto molto bene dalla sua famiglia... anche se non vi sono stati mai episodi particolari di "emarginazione" dalla vita della comunità, anzi: pensandoci bene, non è mai stato vittima di discriminazioni se non quelle solite che accadono ai "diversi" di qualsiasi natura. Non è persona "istruita", Rocco. Ma ho sempre avuto la sensazione, anzi, la certezza di una intelligenza spiccata... ma questo, nella piccola comunità, non ha mai significato granché. E, in effetti, esistono modi per essere lasciati ai margini che non necessariamente devono essere clamorosi o violenti. Si può essere lasciati ai margini anche in maniera più subdola: come dire? Si può essere trattati come una specie di "personaggio strano", fuori dai canoni abituali e, per questo, avere dei trattamenti non proprio ortodossi (derisione, sfottò e quant'altro). Cosa che, pur non essendo particolarmente forte, a lungo andare può lasciare dei segni molto profondi nell'animo di una persona dotata di spiccata intelligenza e forte sensibilità.
Sorridevo anch'io, ogni volta che lo vedevo alle prese con una scopa, o uno straccio ed un secchio d'acqua, intento a spazzare la casa o a lavare il pavimento, con un grembiulino variopinto in vita. O quando lo vedevo impastare la farina per farne pasta fresca, con un fazzolettino, anch'esso variopinto, a coprire il capo per evitare che qualche capello potesse finire nell'impasto. Sorridevo senza malignità, guardando quel corpo maschile, fin troppo maschile, che imprigionava una sensibilità e una sessualità femminile alquanto. Ma tanti altri non sorridevano alla stessa maniera. C'erano sorrisini di scherno, di disapprovazione. I ragazzini, talvolta, lo prendevano in giro anche in maniera cattiva (come sono capaci i ragazzini di essere cattivi). Ma, comunque, la comunità, pur non sentendo la cosa come facente parte della normalità (tutt'altro), aveva, in qualche modo, accettato la diversità di Rocco. In qualche modo, ecco! Perché accettare significa anche essere disponibili a mettere in discussione le leggi non scritte che regolano le comunità! Ma questo, è ovvio, non è possibile (o non è cosa facile). Per cui, all'interno della comunità, Rocco veniva considerato come "lo strano" (anzi, brutalmente, lo Scemo) del villaggio. Nella migliore delle ipotesi, un fratello "sfortunato", come venivano considerati anche i portatori di Handicap fisici o psichici che pure erano presenti nel piccolo paese (e di cui conservo un forte ricordo). Eppure, per quanto cerchi di scavare nella mia memoria, non ricordo episodi particolarmente "violenti" di discriminazione. Ecco, si può dire che Rocco era stato accettato come "anomalia" fisiologica, come "eccezione" alla regola della comunità, al pari di altri che, magari, con i loro handicap psico-fisici, in qualche modo potevano essere considerati "fratelli non fortunati".
Ma anni ed anni di "messa ai margini", devono aver pesato non poco sulla sensibilità e sulla psiche di Rocco. Erano anni che non lo vedevo, ma le pochissime informazioni che mi giungevano, erano di una persona che aveva cominciato a cedere alle lusinghe di Bacco-Dioniso. Qualche bicchiere di troppo lo portava a "sfarfallare" (ma mai ad essere pericoloso per gli altri). Mi fu raccontato di come, alquanto alticcio, capitava di vederlo inciampare mentre camminava, o, addirittura, cadere in terra.

Per anni non l'ho più visto e non ne ho avuto notizia... fino a qualche giorno fa quando, avendo accompagnato un mio amico che lavora in un istituto di cura per persone affette da disturbi psico-fisici, l'ho visto... senza il sorriso che lo ha sempre caratterizzato, anzi... come pensieroso e perso dietro chissà quali "fantasmi".

Ecco, la comunità che aveva accolto un "fratello sfortunato", non esiste più. I suoi parenti, in maniera conforme a quello che è il modello di vita che da qualche decennio sembra andare per la maggiore, non hanno voluto farsi carico del proprio congiunto, ed hanno preferito "parcheggiarlo" in un centro specialistico per persone "diverse". E tutto ciò mi lascia un amaro in bocca!?!
Ma, forse, mi lascia l'amaro in bocca anche il mio non aver saputo (o voluto?) fermarmi a salutare Rocco. Mi è mancato il coraggio, probabilmente, di affrontare quella situazione difficile, di un uomo che aveva spento il suo sorriso per indossare una espressione pensosa e persa dietro chissà quali incubi (o sogni, chi può dirlo?). E solo ora, mi rendo conto del fatto che questo post vorrebbe essere un modo per rendere giustizia a quest'uomo (o, magari, un modo per alleggerire la mia coscienza... un modo per provare a giustificare il mio essere fuggito per non sentire il peso di questa situazione).

Intanto, da qualche giorno, mi sento colpevole per non aver fatto ciò che avrei dovuto: provare ad alleviare, anche solo per qualche minuto, quel peso che, sicuramente, Rocco ha sulle spalle: una famiglia che non l'ha voluto tenere con sé. Credo che, quanto prima, ritornerò presso l'istituto di cura, per salutare una persona che, io credo, ha avuto soltanto la "sfortuna" di essere fuori dai canoni usuali della cossiddetta normalità. E che ha pagato di persona qualcosa di cui non aveva colpa.


4 febbraio 2010

sentimenti COMUNITA': COSA ABBIAMO PERDUTO (I)

Oggi mi va di parlare di qualcosa che, di tanto in tanto, mi torna alla mente, riemergendo dai suoi spazi profondi in cui, troppe volte, ricacciamo alcuni ricordi come se non fossero importanti. Sono nato in un paesino dell'appennino lucano, quasi 47 anni fa... credo di avere, dunque, un'età tale da aver vissuto certe situazioni che, probabilmente, erano già prossime alla fine, ma che ancora insistevano, almeno in una piccola comunità che non è mai arrivata a duemila anime.
Faccio una piccola premessa: ho ancora una nonnina! E' una vecchietta che ha compiuto 90 anni da poco... e che, ancora oggi, va regolarmente in campagna ad occuparsi di quei piccoli animali da fattoria, tipo polli e conigli, e di un orto che, quotidianamente, con la bella stagione fornisce prodotti sani e coltivati secondo metodi tradizionali... non ho usato il termine "biologico" (termine molto in voga attualmente) perché, ad essere sinceri, mia nonna ha sempre usato il metodo biologico: l'agricoltura tradizionale di secoli! Terreni neppure lontanamente contaminati da concimi chimici o, peggio, fitofarmaci; messa a riposo di quei pezzettini di terreno che avevano prodotto per qualche anno e che necessitavano di rigenerarsi; semina di quei prodotti caratteristici del luogo (indulgendo, talvolta, in esperimenti di produzione di prodotti, magari, non autoctoni: penso, ad esempio, alla semina di piante di pomodoro san marzano che, talvolta, si è divertita ad attuare). Il tutto, cari amici, va a rifornire le famiglie di tutti i suoi figli... tra i quali mia madre.
A cosa mi è servita questa premessa? Semplicemente a far capire che, in alcuni piccoli spaccati di questa nostra regione, ancora esiste un modo di fare e di sentire che chi ha avuto la fortuna di viverlo in prima persona non può non apprezzare alla grande. E dato che il sottoscritto, per lavoro (ma anche per svago) si muove e si è mosso attraverso la quasi totalità della regione, direi che non è infrequente imbattersi in realtà simili a quella che ho descritto.
Dove voglio andare a parare? Beh, un'altra cosetta non da poco che riemerge dagli abissi della mia memoria, è quel clima (che ho vissuto in prima persona per i primi sei anni della mia vita, avendo abitato nel paesino fino al momento di andare a scuola) di Comunità molto vivo! In che senso? Beh, sto parlando di una consapevolezza, da parte di ognuno degli abitanti del paesino, di essere parte di un sentire e fare comune, di condivisione di tutto che io considero, appunto, il "Senso di appartenenza ad una Comunità"; un sentirsi membri sì distinti, ma di un corpo unico. Certo, esistevano diatribe, rivalità, invidie e rancori! Ma tutto questo veniva considerato fisiologico. I notabili del paese avevano, comunque, un grande rispetto anche per il più umile dei membri della comunità. Più volte ho visto il medico condotto del paese correre da un punto all'altro del borghetto per aiutare tutti, indistintamente... magari consapevole del fatto che chiunque altro della comunità avrebbe fatto lo stesso per lui in qualsiasi situazione di difficoltà si fosse venuto a trovare. Ma anche, ad esempio, vedere gruppi che coltivavano rancori o frizioni da anni, per antichi "sgarri" o anche per incomprensioni mai "sanate", sotterrare l'ascia di guerra in occasioni di lutti (o anche lieti eventi) che piombavano addosso ai, chiamiamoli così, clan nemici. L'appartenenza alla comunità, prima di tutto; poi tutto il resto.
Quante volte mi è capitato, passando i miei pomeriggi a casa di mia nonna, di vedere un viavai di gente che entrava in casa per un saluto, o una visita di cortesia o per un "soccorso"... che so, uno spicchio d'aglio che mancava in casa, una bottiglia di vino o d'olio, un gambo di sedano e via di questo passo.
Tutte cose che, a raccontarle ora, sembrerebbero fatti lontanissimi da quello che è il nostro modo di pensare e di agire. Pensiamo ai nostri mega condomini: a volte non conosciamo neppure le facce di chi abita a pochi metri da noi! Siamo rintanati nelle nostre case, protetti dal mondo esterno come se il mondo esterno non ci appartenesse.
Ecco, uno dei tanti ricordi che sono riemersi in queste ore dagli anfratti profondi della mia memoria, mi ha lasciato un po' d'amaro in bocca. E, tutto sommato, ti accorgi di come la chiusura a riccio rimanga forte anche in una realtà come Facebook dove, almeno concettualmente, dovrebbe essere differente: perché si tratta di una "piazza" virtuale dove ciò che hai messo in condivisione, in fondo, dovrebbe appartenere alla comunità degli amici che ti sei scelto. Invece, talvolta, ti senti un "intruso" in casa d'altri anche se la tua intenzione era soltanto quella di lasciare un saluto, una traccia del tuo passaggio e dell'appartenenza alla comunità "virtuale".
Perdonate queste mie divagazioni, ma ho una grande voglia di poter rivivere quelle sensazioni che ho descritto in questo mio post. Ma, per ora, non ho più voglia di continuare. Diciamo che ci sentiamo presto con altre considerazioni di questo genere.
Alla prossima!


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