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16 marzo 2010

sentimenti COMUNITA': COSA ABBIAMO PERDUTO (II) (E QUANTI RIMORSI)!

Rocco è sempre stato un bravuomo! Sempre gentile, disponibile... si faceva in quattro per rendersi utile a chiunque. Ricordo con piacere tutte le volte che, incrociandoci per le vie del paesello, ci capitava di intrattenerci in "chiacchiera", futile o di una certa importanza poco importa. Non mi faceva mancare mai la gentilezza di porgere i suoi saluti ai miei genitori e fratelli (che non vedeva spesso). Capitava, piuttosto di frequente, di vederselo piombare in casa all'improvviso, per un saluto, per chiedere se ci fosse bisogno di qualcosa... Sì: Rocco è sempre stato un bravuomo! Ma Rocco ha sempre avuto un handicap notevole, per i canoni di una piccola comunità; comunità troppo ligia a regole ferree che non potevano, in nessun modo, essere violate: Rocco aveva tendenze sessuali non normali (così si dice?). In altri termini, pur essendo vissuto in un ambiente cossiddetto "sano", Rocco aveva i modi e le pulsioni tutte femminili, ma imprigionate in un corpo fin troppo maschile. E ciò, ripensando a quelle che sono le regole ferree di cui sopra, non era cosa buona. In effetti, questo fatto non era vissuto molto bene dalla sua famiglia... anche se non vi sono stati mai episodi particolari di "emarginazione" dalla vita della comunità, anzi: pensandoci bene, non è mai stato vittima di discriminazioni se non quelle solite che accadono ai "diversi" di qualsiasi natura. Non è persona "istruita", Rocco. Ma ho sempre avuto la sensazione, anzi, la certezza di una intelligenza spiccata... ma questo, nella piccola comunità, non ha mai significato granché. E, in effetti, esistono modi per essere lasciati ai margini che non necessariamente devono essere clamorosi o violenti. Si può essere lasciati ai margini anche in maniera più subdola: come dire? Si può essere trattati come una specie di "personaggio strano", fuori dai canoni abituali e, per questo, avere dei trattamenti non proprio ortodossi (derisione, sfottò e quant'altro). Cosa che, pur non essendo particolarmente forte, a lungo andare può lasciare dei segni molto profondi nell'animo di una persona dotata di spiccata intelligenza e forte sensibilità.
Sorridevo anch'io, ogni volta che lo vedevo alle prese con una scopa, o uno straccio ed un secchio d'acqua, intento a spazzare la casa o a lavare il pavimento, con un grembiulino variopinto in vita. O quando lo vedevo impastare la farina per farne pasta fresca, con un fazzolettino, anch'esso variopinto, a coprire il capo per evitare che qualche capello potesse finire nell'impasto. Sorridevo senza malignità, guardando quel corpo maschile, fin troppo maschile, che imprigionava una sensibilità e una sessualità femminile alquanto. Ma tanti altri non sorridevano alla stessa maniera. C'erano sorrisini di scherno, di disapprovazione. I ragazzini, talvolta, lo prendevano in giro anche in maniera cattiva (come sono capaci i ragazzini di essere cattivi). Ma, comunque, la comunità, pur non sentendo la cosa come facente parte della normalità (tutt'altro), aveva, in qualche modo, accettato la diversità di Rocco. In qualche modo, ecco! Perché accettare significa anche essere disponibili a mettere in discussione le leggi non scritte che regolano le comunità! Ma questo, è ovvio, non è possibile (o non è cosa facile). Per cui, all'interno della comunità, Rocco veniva considerato come "lo strano" (anzi, brutalmente, lo Scemo) del villaggio. Nella migliore delle ipotesi, un fratello "sfortunato", come venivano considerati anche i portatori di Handicap fisici o psichici che pure erano presenti nel piccolo paese (e di cui conservo un forte ricordo). Eppure, per quanto cerchi di scavare nella mia memoria, non ricordo episodi particolarmente "violenti" di discriminazione. Ecco, si può dire che Rocco era stato accettato come "anomalia" fisiologica, come "eccezione" alla regola della comunità, al pari di altri che, magari, con i loro handicap psico-fisici, in qualche modo potevano essere considerati "fratelli non fortunati".
Ma anni ed anni di "messa ai margini", devono aver pesato non poco sulla sensibilità e sulla psiche di Rocco. Erano anni che non lo vedevo, ma le pochissime informazioni che mi giungevano, erano di una persona che aveva cominciato a cedere alle lusinghe di Bacco-Dioniso. Qualche bicchiere di troppo lo portava a "sfarfallare" (ma mai ad essere pericoloso per gli altri). Mi fu raccontato di come, alquanto alticcio, capitava di vederlo inciampare mentre camminava, o, addirittura, cadere in terra.

Per anni non l'ho più visto e non ne ho avuto notizia... fino a qualche giorno fa quando, avendo accompagnato un mio amico che lavora in un istituto di cura per persone affette da disturbi psico-fisici, l'ho visto... senza il sorriso che lo ha sempre caratterizzato, anzi... come pensieroso e perso dietro chissà quali "fantasmi".

Ecco, la comunità che aveva accolto un "fratello sfortunato", non esiste più. I suoi parenti, in maniera conforme a quello che è il modello di vita che da qualche decennio sembra andare per la maggiore, non hanno voluto farsi carico del proprio congiunto, ed hanno preferito "parcheggiarlo" in un centro specialistico per persone "diverse". E tutto ciò mi lascia un amaro in bocca!?!
Ma, forse, mi lascia l'amaro in bocca anche il mio non aver saputo (o voluto?) fermarmi a salutare Rocco. Mi è mancato il coraggio, probabilmente, di affrontare quella situazione difficile, di un uomo che aveva spento il suo sorriso per indossare una espressione pensosa e persa dietro chissà quali incubi (o sogni, chi può dirlo?). E solo ora, mi rendo conto del fatto che questo post vorrebbe essere un modo per rendere giustizia a quest'uomo (o, magari, un modo per alleggerire la mia coscienza... un modo per provare a giustificare il mio essere fuggito per non sentire il peso di questa situazione).

Intanto, da qualche giorno, mi sento colpevole per non aver fatto ciò che avrei dovuto: provare ad alleviare, anche solo per qualche minuto, quel peso che, sicuramente, Rocco ha sulle spalle: una famiglia che non l'ha voluto tenere con sé. Credo che, quanto prima, ritornerò presso l'istituto di cura, per salutare una persona che, io credo, ha avuto soltanto la "sfortuna" di essere fuori dai canoni usuali della cossiddetta normalità. E che ha pagato di persona qualcosa di cui non aveva colpa.


4 febbraio 2010

sentimenti COMUNITA': COSA ABBIAMO PERDUTO (I)

Oggi mi va di parlare di qualcosa che, di tanto in tanto, mi torna alla mente, riemergendo dai suoi spazi profondi in cui, troppe volte, ricacciamo alcuni ricordi come se non fossero importanti. Sono nato in un paesino dell'appennino lucano, quasi 47 anni fa... credo di avere, dunque, un'età tale da aver vissuto certe situazioni che, probabilmente, erano già prossime alla fine, ma che ancora insistevano, almeno in una piccola comunità che non è mai arrivata a duemila anime.
Faccio una piccola premessa: ho ancora una nonnina! E' una vecchietta che ha compiuto 90 anni da poco... e che, ancora oggi, va regolarmente in campagna ad occuparsi di quei piccoli animali da fattoria, tipo polli e conigli, e di un orto che, quotidianamente, con la bella stagione fornisce prodotti sani e coltivati secondo metodi tradizionali... non ho usato il termine "biologico" (termine molto in voga attualmente) perché, ad essere sinceri, mia nonna ha sempre usato il metodo biologico: l'agricoltura tradizionale di secoli! Terreni neppure lontanamente contaminati da concimi chimici o, peggio, fitofarmaci; messa a riposo di quei pezzettini di terreno che avevano prodotto per qualche anno e che necessitavano di rigenerarsi; semina di quei prodotti caratteristici del luogo (indulgendo, talvolta, in esperimenti di produzione di prodotti, magari, non autoctoni: penso, ad esempio, alla semina di piante di pomodoro san marzano che, talvolta, si è divertita ad attuare). Il tutto, cari amici, va a rifornire le famiglie di tutti i suoi figli... tra i quali mia madre.
A cosa mi è servita questa premessa? Semplicemente a far capire che, in alcuni piccoli spaccati di questa nostra regione, ancora esiste un modo di fare e di sentire che chi ha avuto la fortuna di viverlo in prima persona non può non apprezzare alla grande. E dato che il sottoscritto, per lavoro (ma anche per svago) si muove e si è mosso attraverso la quasi totalità della regione, direi che non è infrequente imbattersi in realtà simili a quella che ho descritto.
Dove voglio andare a parare? Beh, un'altra cosetta non da poco che riemerge dagli abissi della mia memoria, è quel clima (che ho vissuto in prima persona per i primi sei anni della mia vita, avendo abitato nel paesino fino al momento di andare a scuola) di Comunità molto vivo! In che senso? Beh, sto parlando di una consapevolezza, da parte di ognuno degli abitanti del paesino, di essere parte di un sentire e fare comune, di condivisione di tutto che io considero, appunto, il "Senso di appartenenza ad una Comunità"; un sentirsi membri sì distinti, ma di un corpo unico. Certo, esistevano diatribe, rivalità, invidie e rancori! Ma tutto questo veniva considerato fisiologico. I notabili del paese avevano, comunque, un grande rispetto anche per il più umile dei membri della comunità. Più volte ho visto il medico condotto del paese correre da un punto all'altro del borghetto per aiutare tutti, indistintamente... magari consapevole del fatto che chiunque altro della comunità avrebbe fatto lo stesso per lui in qualsiasi situazione di difficoltà si fosse venuto a trovare. Ma anche, ad esempio, vedere gruppi che coltivavano rancori o frizioni da anni, per antichi "sgarri" o anche per incomprensioni mai "sanate", sotterrare l'ascia di guerra in occasioni di lutti (o anche lieti eventi) che piombavano addosso ai, chiamiamoli così, clan nemici. L'appartenenza alla comunità, prima di tutto; poi tutto il resto.
Quante volte mi è capitato, passando i miei pomeriggi a casa di mia nonna, di vedere un viavai di gente che entrava in casa per un saluto, o una visita di cortesia o per un "soccorso"... che so, uno spicchio d'aglio che mancava in casa, una bottiglia di vino o d'olio, un gambo di sedano e via di questo passo.
Tutte cose che, a raccontarle ora, sembrerebbero fatti lontanissimi da quello che è il nostro modo di pensare e di agire. Pensiamo ai nostri mega condomini: a volte non conosciamo neppure le facce di chi abita a pochi metri da noi! Siamo rintanati nelle nostre case, protetti dal mondo esterno come se il mondo esterno non ci appartenesse.
Ecco, uno dei tanti ricordi che sono riemersi in queste ore dagli anfratti profondi della mia memoria, mi ha lasciato un po' d'amaro in bocca. E, tutto sommato, ti accorgi di come la chiusura a riccio rimanga forte anche in una realtà come Facebook dove, almeno concettualmente, dovrebbe essere differente: perché si tratta di una "piazza" virtuale dove ciò che hai messo in condivisione, in fondo, dovrebbe appartenere alla comunità degli amici che ti sei scelto. Invece, talvolta, ti senti un "intruso" in casa d'altri anche se la tua intenzione era soltanto quella di lasciare un saluto, una traccia del tuo passaggio e dell'appartenenza alla comunità "virtuale".
Perdonate queste mie divagazioni, ma ho una grande voglia di poter rivivere quelle sensazioni che ho descritto in questo mio post. Ma, per ora, non ho più voglia di continuare. Diciamo che ci sentiamo presto con altre considerazioni di questo genere.
Alla prossima!


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permalink | inviato da Nathan 2000 il 4/2/2010 alle 12:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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